Daniel Ek nasce a Ragsved, sobborgo di Stoccolma, nel 1983. Subito interessato alla tecnologia riceve il suo primo pc all'età di 5 anni e a 14 inizia a lavorare a siti web e a piccoli progetti personali.  L'ambizione e la passione per questo mondo lo portano a provare il grande salto nell’impero di Google abbandonando addirittura l’università, Purtroppo per Ek, Big g dice grazie ma non ci interessa. 

Daniel allora si rimbocca le maniche cercando di creare qualcosa di suo. Nel 2004 crea una startup (Advertigo) legata alla pubblicità e diventa CTO (responsabile tecnico) prima di una community di moda Stardoll e poi di Tradera uno store on line svedese.

Nel 2006 la volta vera: Advertigo viene acquisita da TradeDoubler mentre Tradera addirittura da Ebay. Un pò come successo per Elon Musk a soli 23 anni Ek è ricco e all'apice del successo.

Questa volta però i soldi non fanno la felicità. Daniel inizia a vivere una vita di lusso e vizi con Ferrari e belle donne ma capisce presto che non è la sua strada, entra infatti in depressione e, dopo poco tempo, capisce che deve resettare tutto.

Torna nel suo paese natale lasciando la grande Stoccolma qui riallaccia i rapporti con l'imprenditore che aveva acquisito la sua azienda, Martin Lorentzon. Insieme decidono di dedicarsi al mondo dello streaming musicale e nello stesso anno nasce Spotify, un servizio di musica streaming che sarà, di fatto, destinato a rivoluzionare un intero settore.

Spotify dal mito di Napster alla rivoluzione dello streaming musicale

I due imprenditori vedevano come punto di riferimento Napster (il servizio che, qualche anno prima, aveva messo in ginocchio le grandi etichette musicali con il suo programma di streaming pirata) ma con una variazione fondamentale: rendere lo streaming musicale, legale!

Anche grazie all'incontro con imprenditori e visionari come il creatore di uTorrent Ludvig Strigeus, Ek inizia ad avere idee chiare e concrete su come lanciare un servizio davvero innovativo. La crescita dell’azienda è così dirompente che raccoglie ben 1,5 miliardi di dollari in donazioni: raccolti 21,6 milioni di dollari di investimenti da Horizons Ventures, Northzone, Creandum e Li Ka-shing, era ormai ora di rilasciare il servizio in tutta Europa.

Uno dei primi grandi finanziatori dell'azienda fu proprio Sean Parker,  il fondatore di Napster (davvero il sogno di una vita!), che stanziò ben 15 milioni di investimento per far crescere in fretta Spotify. 

Il lancio della piattaforma nei vari paesi Europei e poi in tutto il mondo avvenne intorno al 2008 (in questo anno sbarcò Spotify in Italia) mentre negli USA dovranno aspettare fino al 2011. La particolarità sta nel rilascio precedente delle varie versioni beta, molto apprezzate dagli utenti coinvolti su invito, che fu sconsigliatissimo dall'azienda di seo che ne curava all'epoca il web marketing.

Da qui in poi è solo storia, con accordi milionari con Facebook (Ek siede nel consiglio di amministrazione di Zuckerberg), Twttier, Uber e i più importanti brand al mondo.

Qual’è il modello di business di Spotify?

Spotify: un esempio geniale e ben riuscito di servizio freemium

Il modello di guadagno di Spotify è definito Freemium

I servizi freemium sono quelle applicazioni che prevedono un piano gratuito con delle limitazioni e un piano a pagamento con il superamento di questi limiti.

Il modello freemium è ormai molto diffuso nei servizi web come Mailchimp o Dropbox solo per per fare due esempi. 

Spotify è un caso scuola di questo modello di business in quanto i suoi ricavi sono davvero importanti. Nel 2015 Spotify ha fatturato 1,95 miliardi di euro (nel 2014 furono 1,08) mentre i ricavi netti del 2017 sono pari a 1,27 miliardi di euro.

Spotify applica il principio del modello freemium inserendo nella versione free delle limitazioni. Infatti, non si possono ascoltare brani in sequenza ma solo in ordine casuale, si possono schippare (saltare) solo 5 brani poi scatta il blocco e sopratutto c'è la pubblicità (fonte di guadagno importantissima per l'azienda). 

La versione premium, invece, non prevede limitazioni e ovviamente da la possibilità di gestire in completa libertà le canzoni da ascoltare.

Il prezzo mensile di Spotify premium è di 9.99 euro. Un pò come successo per Netflix,  la forza di Spotify sta nel dare un servizio pressoché illimitato all'utente che allo stesso prezzo più ascoltare tutte le canzoni che vuole.

Il business del piano freemium è una necessità visto che per mantenere il servizio legale, Spotify paga gli artisti per poter essere presenti nell'applicazione. Con gli anni, gli accordi con le label discografiche sono divenuti sempre più elaborati fino a creare contratti di performance dove l'artista viene pagato in base alle volte che viene ascoltato sulla piattaforma (le case discografiche si lamentano tra l'altro dei prezzi stracciati con cui Spotify le inserisce). I numeri sono da capogiro: dal 2008 gli artisti hanno ricevuto ben 3 miliardi di dollari da Spotify!

Le fonti di guadagno (e che guadagno) di Spotify sono tutte nella pubblicità (sono ovviamente gli inserzionisti che pagano la società di Ek per tale servizio) nella versione free e, ovviamente, gli introiti diretti dagli account premium attivi.

Per capire l'importanza di questi canali per la monetizzazione di Spotify va sottolineato un dato clamoroso:

Il 70% dei guadagni di Spotify vanno direttamente agli artisti e alle case discografiche!

I guadagni dagli account premium nel 2018 sono stati di 1,15 miliardi (+27% rispetto al 2017) mentre quelli derivanti dalla pubblicità della versione free sono 123 milioni anche qui in crescita (20% rispetto all'anno precedente).

È, quindi, fondamentale per Spotify, acquisire più account premium possibile. Per far ciò l'azienda di Daniel Ek è esperta in un web marketing aggressivo ma funzionale allo scopo: convertire più utenti possibili al piano premium.

È molto attrattiva la formula ricorrente dei tre mesi a 9.99 euro (a dicembre 2017 c'era l'incredibile promozione a 0.99 per tre mesi) o il mese gratuito iniziale ma funzionano bene anche gli sconti per gli studenti e le continue pubblicità che ricordano i vantaggi di avere premium. Nel 2017 Spotify fece anche una campagna di advertisement più tradizionale con cartellonistica accattivante in tutte le grandi città che, per creare engagement nei possibili utenti (magari free che poi si sarebbero convertiti in premium), utilizzava anche il volto e le frasi degli artisti presenti nella piattaforma. Promozione Spotify

Queste formule comunque funzionano non c'è nulla da fare i numeri parlano chiaro: nel 2018 gli utenti mensili attivi erano 180 milioni e 101 milioni utenti free (quasi 80 milioni di utenti premium non sono affatto male!) ma l'azienda non è comunque soddisfatta e vuole continuare ad aumentare il tasso di conversioni a premium.

La forza di Spotify, inoltre, sta anche nei servizi accessori frutto di collaborazioni tra le grandi aziende (come Facebook e Instagram e Uber) ma anche con l'acquisizione di startup innovative che hanno arricchito l'esperienza utente di Spotify grazie alle loro innovazioni come Tunigo, startup acquisita nel 2013, che ha dato la possibilità agli utenti di orientarsi nelle canzoni dividendole per genere e categorie o Musixmatch che ci da la possibilità di vedere i testi delle canzoni che stiamo ascoltando.

Grafica Spotify

Il marketing aggressivo ma efficacie e uno stile tutto particolare come i colori sgargianti e a "doppio tono di colore" (grazie al lavoro egregio dell'agenzia Collins) negli elementi della piattaforma che hanno creato una vera e propria tendenza nel design degli ultimi anni, danno il senso dell'ormai completo e potente servizio di Spotify. Sono, ormai, i grandi brand che fanno a gara per avere la propria pubblicità nella piattaforma e Spotify può solo incassare.

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